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Quando l’acciaio uccide



sexta-feira 30 de maio de 2014

NADIA FERRIGO

Dall’Ilva di Taranto a Santa Cruz, quartiere di Rio de Janeiro, all’acciaieria di Piquiá de Baixo. «Polmoni d’acciaio, Resistenze globali ad ingiustizie locali» è un affresco internazionale della lotta per il diritto alla salute nato da un’idea dei missionari comboniani e frutto di un lavoro collettivo che ha coinvolto protagonisti della società civile brasiliana e italiana. La regia del documentario è di Paolo Annechini e Andrea Sperotti, con la collaborazione di padre Dario Bossi e del giornalista Marco Ratti: in 31 minuti e 16 secondi gli spettatori entrano nelle vite di uomini, donne e bambini devastate dagli impianti siderurgici.

Italia o Brasile, poco cambia: altoforni che inquinano l’aria, distruggono l’ambiente, strangolano culture e tradizioni. E piegano le vite. Nel documentario si narrano tre storie tra Brasile e Italia: si parte dal quartiere di Tamburi, Taranto, dove il dramma dell’Ilva viene raccontato attraverso la presa di coscienza dei cittadini, con la drammatica consapevolezza che l’inquinamento ormai riguarda aria, terra e acqua.

Poi entrano in scena i pescatori della Baia di Sepetiba, un tempo area marina protetta della costa brasiliana, che ora non riescono più a pescare a causa dell’acciaieria di Rio de Janeiro. Infine c’è Piquià de Baixo, la zona industriale della città di Açailândia nello stato di Maranhã, dove si estrae il ferro, e la popolazione vive immersa nella polvere e nei fumi di ghisa.

La proprietaria degli stabilimenti sudamericani è la multinazionale Vela, colosso minerario brasiliano, tra i primi al mondo nella lavorazione del minerale di ferro, esportato in 38 paesi. Fondata nel 1909 da un imprenditore americano, nel 1942 venne nazionalizzata dal governo brasiliano, ma dalla fine degli anni Novanta è stata mano a mano ceduta ai privati. Nel 2012 vinse il premio meno ambito dalle aziende di tutto il mondo, il «Public Eye Award», assegnato ogni anno nei giorni del World Economic Forum di Davos. Attraverso una piattaforma virtuale, il sito “mette ai voti” le imprese peggiori per sostenibilità ambientale e sociale.

Al voto online hanno partecipato più di 88 mila persone e di queste più di 25mila hanno manifestato la loro indignazione per il comportamento della Vale. Nel 2012 secondo posto si è piazzata la Tepco, proprietaria dell’impianto nucleare giapponese di Fukushima, e al terzo la coreana Samsung.

La Stampa