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Polmoni d’acciaio, Taranto e il Brasile



terça-feira 22 de julho de 2014

Un’analisi della situazione brasiliana e tarantina, dei loro punti in comune e della lotta che portano avanti.
Una testimonianza di Beatrice Ruscio, attivista di PeaceLink e presente in rappresentanza dell’associazione alla prima tavola rotonda internazionale dal titolo “Le vittime della minerazione nel mondo: resoconti degli impatti e esperienze di resistenza” con la collaborazione di Antonio Caso, attivista di PeaceLink.
12 luglio 2014

Nel mondo ci sono persone distanti migliaia di chilometri le une dalle altre ma che vivono vite drammaticamente simili e subiscono lo stesso tipo di ingiustizia, ad opera di colossi dell’industria, disposti a tutto pur di perseguire il proprio profitto. Per una tonnellata di minerale di ferro o di acciaio finito si devasta l’ambiente, si distruggono territori e si compromette irrimediabilmente la salute e il futuro di intere generazioni. Generazioni di persone dai polmoni d’acciaio, come quelle raccontate dal documentario di Paolo Annechini e Andrea Sperotti, realizzato con la supervisione del missionario comboniano Dario Bossi e di Marco Ratti. Un documentario dal titolo appunto “Polmoni d’acciaio, resistenze locali ad ingiustizie globali” (nella versione portoghese “Pulmões de aço”), che ha voluto comparare tre impianti siderurgici, lontani migliaia di chilometri tra loro, e la vita delle comunità che ne subiscono gli impatti sul territorio: Piquià de Baixo, Maranhão (Vale), Santa Cruz, Rio de Janeiro (TKCSA, joint-venture Thyssen Krupp e Vale) e in Italia quello di Taranto (ILVA).

Il documentario è stato diffuso in contemporanea in Brasile ad Açailândia e in Italia a Taranto il 28 aprile 2014, per rafforzare, ancora di più, il legame tra queste due città, costrette a subire da anni la presenza sul proprio territorio di due grandi giganti dell’industria: Vale e Ilva. La società Vale è la seconda industria mineraria più grande del mondo, diventata il simbolo di violenti impatti socio-ambientali, della violazione delle leggi sul lavoro e dei diritti umani, tanto da essere insignita, nel 2012, del premio come “peggiore multinazionale del pianeta”, mentre l’Ilva è il più grande stabilimento siderurgico europeo, leader nella produzione di acciaio in Europa e nel mondo, finito sotto inchiesta giudiziaria nel 2012 e sottoposto a commissariamento per gravi violazioni ambientali.

La presenza dell’industria siderurgica Ilva sul territorio di Taranto ha avuto un impatto devastante sia sotto il profilo sociale, con un aumento drammatico delle patologie tumorali, malattie cardio respiratorie, malformazioni congenite (secondo le perizie epidemiologiche si registrano eccessi di casi di tutti i tipi di tumore, in particolare quelli dello stomaco, della pleura e infantili[1]), sia ambientale, con la contaminazione dell’aria, del mare, del suolo e della catena alimentare da diossina (sostanza classificata come cancerogeno certo per l’uomo), furani e PCB. PeaceLink, nel 2005, ha rilevato a Taranto l’emissione dell’8,8% di tutta la diossina industriale europea (ed il 90-95% di quella prodotto in Italia), e il contributo dell’Ilva sul totale delle emissioni europee di IPA (Idrocarburi Policiclici Aromatici, cancerogeni) è pari al 6,2% (http://www.peacelink.it/ecologia/a/10787.html).

A causa delle emissioni inquinanti emesse dallo stabilimento Ilva, a Taranto è vietato ai bambini giocare nei parchi giochi del quartiere Tamburi (situato a circa 150 metri dal muro della fabbrica e dove vivono circa 18.000 persone), ed è impossibile seppellire i morti, a causa delle condizioni altamente tossiche del terreno. Nel 2008 circa duemila capi di bestiame furono abbattuti perchè pesantemente contaminati dalla diossina. Formaggio e mitili distrutti perchè dalle analisi sono risultate concentrazioni di inquinanti pericolose per la salute e allevatori e mitilicoltori che a causa di questo hanno perso tutto ciò che avevano, compresa la speranza per il futuro. Perchè, da allora, nulla è stato fatto per bloccare le emissioni inquinanti e non sono state mai avviate attività di bonifica.

Inoltre, l’Ilva oltre ad essere causa di un vero e proprio disastro sanitario ed ambientale, ne crea anche uno economico.
Il tasso di disoccupazione della città di Taranto, malgrado l’industria, è vicino al 40%, proprio perchè l’unico settore su cui si è deciso di investire è quello siderurgico, rendendo l’economia locale praticamente monosettoriale, tra l’altro in un settore a cui fare concorrenza è praticamente impossibile.
A Taranto non c’è università nè investimenti in ricerca, l’Ilva vale il 75% del PIL dell’intera area di Taranto e questo rende ancora più difficile la lotta contro di essa.

In data 19 giugno 2014 è iniziato ufficialmente a Taranto il processo legato all’inchiesta “Ambiente svenduto”, che vede coinvolti, oltre ai dirigenti dell’Ilva, anche esponenti di quasi tutti gli enti locali, dal comune alla regione. Ciò che unisce le città di Açailândia e Taranto e i rispettivi quartieri Piquià de Baixo e Tamburi è il minerale di ferro, quella stessa polvere che viene estratta dalle miniere della Vale e che arriva via mare a Taranto per essere lavorata nello stabilimento siderurgico dell’Ilva. Tutto parte dal Brasile e dalla Vale.

La Vale trae i suoi profitti dall’estrazione e vendita del minerale di ferro e dalla produzione della ghisa. Il minerale di ferro viene estratto da quella che è la sua più grande miniera, che si trova nella Serra dos Carajás, e trasportato al porto più vicino (e da lì in tutto il mondo), grazie a una ferrovia che la Vale ha costruito con l’appoggio e le agevolazioni del governo brasiliano. La Estrada de Ferro Carajás è oggi una delle maggiori ferrovie mai costruite: 892 km per collegare le miniere di ferro a uno dei principali porti dell’America Latina: São Luís. Ogni giorno transitano lungo il suo percorso 12 treni di 330 vagoni e 4 locomotive, carichi di minerali, attraversando 25 comuni in cui abitano più di 2 milioni di persone. Alcuni villaggi vengono addirittura tagliati in due dalla ferrovia. Ad ogni passaggio dei convogli c’è un’ondata di vibrazioni, di rumori assordanti; le case tremano, gli abitanti sussultano. Le vibrazioni scuotono le case, aprono crepe lungo i muri e sgretolano le pareti dei pozzi, rendendoli inutilizzabili per la comunità. Intorno ai binari non ci sono reti di protezione, nessuna barriera che impedisca a bambini o animali di avvicinarsi ed essere travolti dal treno in corsa. Gli incidenti si contano a centinaia.

Inoltre le imprese di ghisa, dislocate lungo la ferrovia del Carajás, bruciano ogni anno tre milioni di tonnellate di carbone. La deforestazione selvaggia in atto da una cinquantina di anni ha già spazzato via chilometri e chilometri quadrati di foresta amazzonica, rimpiazzata da piantagioni di eucalipto geneticamente modificato. È il cosiddetto “deserto verde”, così chiamato dagli ambientalisti per le conseguenze provocate dalla sua coltivazione quali la desertificazione delle regioni coltivate, distruzione della biodiversità, scomparsa di flora e fauna locale. Gli eucalipti vengono bruciati nelle carbonaie, per produrre il carbone da destinare alle industrie siderurgiche.

Piccoli igloo da cui esce ininterrottamente del fumo, senza alcun tipo di filtro: chi ci vive e lavora è costretto ad inalare ogni tipo di scoria. Per molti dei lavoratori delle carbonaie non esistono salari, né diritto al riposo o alla casa. Lavorano in condizioni di quasi schiavitù, spesso solo per ricevere in cambio un piatto di riso e fagioli. Adulti ma, molto spesso, anche bambini. Il carbone viene bruciato per produrre la ghisa o, come viene chiamato in gergo, il pig iron, ossia il “ferro dei porci”, la prima tappa di fusione del minerale di ferro, la più inquinante e pericolosa.

Nella città di Açailândia, dal 1987, operano cinque imprese siderurgiche attive nella produzione della ghisa: Vale do Pindaré, Viena Siderúrgica, Gusa Nordeste, Fergumar e Simasa. Cinque impianti che, ogni giorno, lavorano a pieno regime: quattordici altiforni, nessuno di essi dotato di filtri. Le polveri di carbone e ferro si disperdono nell’aria e si depositano ovunque: sui tetti delle case, sulle persone, sui corsi d’acqua. A causa della pessima qualità dell’aria che respira e dell’acqua che beve, più del 40% degli abitanti di Piquià de Baixo soffre di malattie dell’apparato respiratorio, quali allergie, asma, bronchiti, emicranie, oltre a lesioni dermatologiche e tumori. A Piquià de Baixo vivono 1.100 persone, circa 312 famiglie che sono obbligate a convivere da 25 anni con la contaminazione dell’aria, del suolo e delle acque, a causa della vicinanza con il polo siderurgico.

Attualmente vengono prodotte in questa zona 500 mila tonnellate di pig-iron. Le persone lamentano il rumore costante delle fabbriche, un frastuono che non si ferma mai e che spesso di notte non lascia dormire. Le foglie delle piante che circondano le case, o che si trovano negli stessi giardini, sono ricoperte da una patina rossastra, appiccicosa, quasi densa. Gli stessi abitanti hanno chiesto, da tempo, la costruzione di un nuovo quartiere dove poter essere reinsediati e condurre una vita che non sia più caratterizzata dal respiro quotidiano della polvere del ferro mescolata con il carbone. Gli impianti siderurgici, infatti, sono stati costruiti a pochi metri dalle case della comunità di Piquià, trasformandola, di fatto, nella Taranto brasiliana, in particolare nel quartiere Tamburi, quello soffocato dai fumi dell’Ilva.

Per lottare al fianco di queste popolazioni è nata, alla fine del 2007, la campagna “Justiça nos Trilhos”, lanciata su iniziativa dei Missionari Comboniani - tra i quali l’italiano padre Dario Bossi -che lavorano in diverse regioni dello Stato del Maranhão e da alcune organizzazioni della società civile brasiliana, ma che si è diffusa in tutto il mondo (Canada, Indonesia, Cile, Mozambico), in molti dei paesi dove la Vale opera. Possiamo definirla una rete internazionale di pressione sulla multinazionale Vale, per pretendere dalla compagnia una sorta di compensazione per i danni causati all’ambiente e alla popolazione che vive nella regione attraversata dalla sua ferrovia.

La rete Justiça nos Trilhos ha realizzato, negli ultimi anni, attività di denuncia e solidarietà in paesi che lottano contro situazioni analoghe a quella brasiliana. È in questo contesto che si inserisce l’alleanza/gemellaggio tra Piquià de Baixo e Taranto. Taranto e Piquià de Baixo, sono unite dal minerale di ferro estratto in Brasile nelle miniere della Vale e trasportato lungo la Estrada de Ferro Carajás fino al porto di São Luís, da lì caricato su una delle navi più grandi al mondo, la “Vale Brasil”, per poi arrivare a Taranto, dove verrà stoccato a cielo aperto nel parco minerali dello stabilimento siderurgico, a poca distanza dal quartiere Tamburi. La polvere di ferro che nel quartiere Tamburi si trova su ogni cosa, parchi giochi, balconi, piedi dei bambini, è la stessa estratta nelle miniere della Vale e che respirano, ogni giorno, gli abitanti di Piquià. Il quartiere Tamburi e Piquià di Baixo sono uniti, purtroppo, anche dai molti casi di malattie respiratorie e patologie tumorali.

A Piquià de Baixo, così come a Taranto, le percentuali di malati di tumore sono più alte che in altre zone dei rispettivi paesi, e sono in aumento. Ma sono anche unite da una forte solidarietà, dalla determinazione di chi lotta, quotidianamente, contro l’inquinamento e dalla voglia di respirare aria pulita e di costruire un futuro sano per i propri figli.
Per questo è stata importante la presenza dell’associazione italiana PeaceLink, lo scorso maggio in Brasile per partecipare al seminario internazionale “Carajàs 30 anos”.

Il seminario ha preso spunto dal programma Grande Carajàs e aveva lo scopo di esaminare (dal punto di vista delle comunità, dei movimenti sociali e del mondo universitario e della ricerca) 30 anni di storia della transnazionale Vale e degli effetti della sua presenza nei 38 paesi nei quali opera. Vuole denunciare un modello economico insostenibile a lungo termine ed estremamente violento nel presente, nei confronti della vita e dei territori delle piú di cento comunitá che vivono lungo il corridoio di esportazione
Sono state approssimativamente 50 le istituzioni coinvolte, 11 i paesi rappresentati, più di 70 i conferenzieri e 1500 i partecipanti. Io (Beatrice Ruscio) ho partecipato (come rappresentante di PeaceLink), il giorno 5 maggio, alla prima tavola rotonda internazionale dal titolo “Le vittime della minerazione nel mondo: resoconti degli impatti e esperienze di resistenza”, insieme a rappresentanti di Perù, Argentina, Colombia, Mozambico, Canada e Brasile, presentando il caso di Taranto e la drammatica situazione ambientale e sanitaria che il capoluogo jonico è costretta a subire a causa delle industrie inquinanti presenti sul suo territorio. É stata messa in evidenza la correlazione tra l’aumento di patologie e inquinamento ambientale, prodotto principalmente dal colosso dell’acciaio Ilva. Nei giorni successivi ho esposto un lavoro scientifico sul tema della contaminazione da diossina della catena alimentare a Taranto, all’interno del gruppo di lavoro chiamato “Ambiente, inquinamento e salute”.

Piquià de Baixo ha vinto la sua battaglia contro la Vale e, da qui ad un paio d’anni, tutte le famiglie del quartiere saranno reinsediate in un terreno che si trova a circa 10 km dalle fabbriche e dai loro fumi nocivi. La battaglia di Taranto per il diritto alla vita e alla salute, invece, continua ancora.

Gli abitanti di Taranto e quelli di Piquià de Baixo non si conoscono, non guardano neanche lo stesso cielo eppure respirano la stessa aria, condividono gli stessi drammi e questo è abbastanza per renderci fratelli e unire le nostre forze e i nostri cuori.

Beatrice Ruscio

Antonio Caso

www.peacelink.it