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Piquiá al rush finale



terça-feira 6 de janeiro de 2015

Piquiá al rush finale

Ultima corsa per il progetto di trasloco delle 312 famiglie costrette a sloggiare da un inquinamento che ammazza

Gli ultimi tasselli dell’enorme gioco ad incastri di Piquiá de Baixo stanno andando al loro posto. Terra, soldi, documenti, progetto: fino a poche settimane fa mancava tutto. E la sabbia nella clessidra cadeva impietosa. I vertici della banca pubblica pronta a finanziare buona parte del piano,
infatti, avevano dato un consiglio che aveva il sapore di un ordine. Presentare tutta la documentazione per aprire il forziere di Brasilia prima delle elezioni politiche (domenica 26 ottobre si svolge il secondo turno), pena il rischio di mandare tutto gambe all’aria. E così la maratona iniziata 7 anni fa si è ritrovata d’improvviso agli ultimi 100 metri. La posta in gioco è di quelle che valgono una vita. Uscire dall’inferno delle siderurgiche che distruggono l’ambiente, degli altoforni senza filtri, della polvere di ferro che ti riempie polmoni e narici fino ad ammazzarti. Per inseguire il miraggio di una terra pulita, di un’aria respirabile, di una vita degna. Un sogno che si realizzerà quando le 312 famiglie di Piquiá de Baixo si trasferiranno in un quartiere nuovo di zecca, costruito solo per loro.

La camminata

Negli ultimi tempi l’Associazione locale degli abitanti appoggiata dalla Parrocchia Santa Luzia, dal Centro di Difesa di Açailândia e dalla rete Justiça nos Trilhos ci sta dando dentro tra riunioni fiume, telefonate, caccia di documenti e incontri ad alta tensione con aziende e istituzioni per obbligare tutti a fare il proprio dovere. Cercando di affrontare un problema alla volta.

Dove andare

La prima difficoltà era quella della terra in cui trasferirsi. Qualche anno fa era stato individuato un appezzamento di un fazendero che si trovava a una decina di chilometri di distanza da Piquiá. Aveva tutte le caratteristiche necessarie, tanto che il Comune ne aveva già stabilito l’esproprio. Ma l’avarizia del proprietario e delle siderurgiche si sono messe di traverso. Il latifondista ha cercato fino all’ultimo di spillare più soldi possibile al Municipio (la sentenza finale è arrivata solo il mese scorso). Le industrie, da parte loro, hanno fatto di tutto per non rispettare l’impegno preso di pagare l’indennizzo. Tanto che, per persuaderle, gli abitanti di Piquiá hanno dovuto piazzarsi davanti ai loro cancelli per 30 ore, bloccando l’entrata e l’uscita dei camion che trasportavano carbone e ferro. E a quel punto, lo scorso aprile, le siderurgiche si sono convinte a mettere sul piatto il denaro.

E adesso, chi se ne occupa?

Questo progetto, come qualunque opera realizzata con denaro pubblico, aveva bisogno di un responsabile. Una questione più complicata del previsto, perché l’istituzione che di solito se ne occupa non ha accettato di accompagnare questo processo, che prevede varie novità rispetto al cliché di case popolari finanziate dal Governo federale. E così l’Associazione locale, costituita da persone senza alcuna esperienza nel campo delle costruzioni, ha dovuto decidere: prendere o lasciare, farsi carico di tutto o rinunciare al sogno di una vita. Insomma, la scelta era di quelle impegnative, ma mollare tutto sul più bello sarebbe stata davvero una beffa. E alla fine il voto è stato unanime: registrarsi come entità responsabile del progetto, accettando tutti gli oneri e gli onori del caso.

Con i soldi di chi

Per indennizzare l’ex proprietario del terreno, fare il progetto urbanistico e costruire 312 case ci vuole un mucchio di soldi. In tutto, si parla di circa 28,5 milioni di reais (9,1 milioni di euro). E gli abitanti hanno dovuto lottare per ogni centesimo. La Caixa Econômica Federal, una banca pubblica, se tutto va come deve, concederà 17,78 milioni. La fondazione Vale, che fa capo alla multinazionale del ferro che è tra i maggiori responsabili di questa situazione, contribuirà con 6,24 milioni di reais. Il sindacato delle imprese siderurgiche per ora ha promesso un altro mezzo milione, oltre ai soldi già pagati per l’indennizzo del terreno, ma le trattative sono in corso. Per adesso, visto che il tempo sta scorrendo rapido, quello che ancora manca sarà trovato “semplicemente” tagliando alcune spese previste nel progetto originario. Lo Stato del Maranhão, così come il Comune di Açailândia, non ci hanno messo il becco di un quattrino. Eppure qui nessuno sta chiedendo la carità: questo megatrasloco non è una scelta fatta in tutta libertà; al contrario, gli abitanti del quartiere sono costretti ad andarsene per non morire di inquinamento. E, particolare tutt’altro che secondario, le istituzioni pubbliche hanno permesso alle siderurgiche di installarsi nella zona nella metà degli Ottanta, quando già c’era una scuola, un ospedale e persone che ci vivevano.

Lavoro in vista

Dopo l’approvazione del progetto da parte della banca pubblica, che dovrebbe arrivare nelle prossime settimane, ci sarà da rimboccarsi le maniche. Il piano si svilupperà in 30 mesi, suddiviso in due macroaree: la costruzione del quartiere e delle case; lo svolgimento di un piano “tecnicosociale” obbligatorio per legge, che prevede attività di diverso tipo per dare strumenti utili alla crescita della comunità e alla formazione dei singoli. Dovranno essere attivati, per esempio, corsi di muratore, taglio e cucito, audio e video, incontri sui diritti degli adolescenti, degli anziani, delle donne e via dicendo. E l’associazione degli abitanti dovrà occuparsi anche di aprire bandi di gara, gestire i fondi che arriveranno mese per mese, acquistare materiali e tremila altre cose che oggi, in parte, sono ancora imprevedibili. Insomma, è un gran minestrone di emozioni contrastanti: da una parte sta crescendo la voglia di fare, di vedere realizzato finalmente il progetto che sta sulla carta da ormai troppo tempo; dall’altra, però, c’è anche tanta paura, legata al fatto che si tratta di qualcosa di totalmente nuovo per tutti e si teme, quindi, di non essere in grado di farcela.