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Il legame “di ferro” tra Taranto e il Brasile



segunda-feira 30 de junho de 2014

A maggio 2014, grazie all’iniziativa dei padri comboniani si è tenuto un incontro internazionale nella foresta amazzonica per capire assieme come salvare le città dall’inquinamento delle industrie siderurgiche. Il contributo dell’associazione Peacelink nell’intervista a Beatrice Ruscio.

Lo scorso maggio in Brasile si è tenuto un incontro di levatura mondiale, senza lustrini e spese colossali, che si può paragonare ad una partita che qualcuno sembra sempre destinato a perdere. Stiamo parlando del seminario promosso dai missionari comboniani sulla filiera planetaria della produzione dell’acciaio. Le sessioni di studio e condivisione partivano dall’analisi dell’impatto dei grandi progetti nell’Amazzonia orientale.

Principalmente progetti di estrazione mineraria che poi, successivamente, toccano anche la filiera di produzione dell’acciaio: la massa del materiale ferroso che arriva a Taranto, infatti, trova la sua origine nell’estrazione che avviene nella foresta amazzonica provocando un danno ambientale che pochi hanno la forza di denunciare. Oltre a mettere in relazione la polvere dei minerali che si deposita sul quartiere Tamburi e la zona industriale della città di Açailândia (Stato del Maranhão), si tratta, per i missionari continuatori dell’opera di riscatto umano e sociale di Daniele Comboni, di trarre e condividere il meglio delle storie e delle pratiche attivate da parte delle reti di cittadinanza attiva nella difesa dell’ambiente. Per questo motivo una delegazione è arrivata da Taranto accompagnata da un detto di dom Helder Camara, indimenticato vescovo di Recife, che sembra fatto apposta per descrivere la loro tenacia: «è grazia divina cominciare bene, grazia maggiore è persistere nel cammino convinto, ma la grazia delle grazie è non arrendersi mai.

Ci facciamo raccontare qualcosa di questo incontro da Beatrice Ruscio che ha rappresentato la rete Peacelink nel seminario internazionale “Carajas 30 anos”.

Come è nato il vostro rapporto con i padri comboniani del Brasile?

I missionari comboniani, tra i quali l’italiano Dario Bossi, denunciano da anni le attività della multinazionale Vale che, nel perseguire l’obiettivo del massimo profitto sta causando devastazione ambientale e sociale sia in Brasile, sia negli altri paesi in cui opera. I comboniani lottano al fianco della comunità di Piquià di Baixo, costretta a subire l’inquinamento causato dalla produzione di ben 5 industrie siderurgiche presenti sul suo territorio. Cinque industrie e 14 altiforni, nessuno di essi dotato di filtri! Industrie che ricevono, come l’Ilva di Taranto, il minerale di ferro direttamente dalla Vale e alla quale vendono la ghisa prodotta nei propri impianti. Il ferro dei “porci”, così viene chiamato, la prima tappa di fusione del minerale di ferro, la più inquinante e pericolosa.

Cosa hanno fatto i missionari?

I missionari si sono mossi fondando la campagna internazionale Justiça nos Trilhos, per fare pressione sulla multinazionale Vale e pretendere una sorta di compensazione per i danni causati all’ambiente e alla popolazione che vive nella regione attraversata dalla sua ferrovia. La loro azione si muove in diverse direzioni che comprendono lo studio e la ricerca di dati riguardanti gli impatti sul territorio della ferrovia e delle industrie inquinanti; la formazione e mobilitazione di cittadini attraverso seminari, dibattiti, incontri e la realizzazione di una rete di azione e resistenza coinvolgendo i movimenti interessati, tanto a livello nazionale che internazionale. La rete Justiça nos Trilhos ha realizzato, negli ultimi anni, attività di denuncia e solidarietà in Paesi che lottano contro situazioni analoghe a quella brasiliana.

Come Taranto?

Già. È in tale contesto che si inserisce l’incontro avvenuto a Taranto il 26 settembre 2012, con Federico Veronesi (missionario laico comboniano) e l’avvocato di Justiça nos Trilhos Danilo Chammas, nella scuola De Carolis, nel quartiere Tamburi. L’occasione è stata la presentazione della mostra fotografica di Marcelo Cruz, giovane fotoreporter di Açailândia, che vive la fotografia come forma di denuncia e riscatto sociale. L’esposizione fotografica ha documentato la realtà delle comunità che vivono ai margini della linea ferroviaria «Estrada de Ferro Carajás” che subiscono duramente l’impatto sociale e ambientale causato dalle pratiche estrattive della Vale.
Una mostra che ha avvicinato, ancora di più, la realtà italiana (tarantina) a quella brasiliana creando un’alleanza o meglio, un gemellaggio tra le città di Taranto e Açailândia, e i rispettivi quartieri Tamburi e Piquià de Baixo.

Che tipo di legame si è stabilito tra città così distanti?

Di per se queste due realtàsono unite da un legame molto stretto, da un filo di fumo rosso, quello del minerale di ferro estratto dalle miniere brasiliane, trasportato lungo gli 892 km dell’Estrada de Ferro Carajás, che arriva poi a Taranto per essere utilizzato negli impianti siderurgici dell’Ilva. Ma sono unite anche dall’inquinamento che ha colpito pesantemente le due città, causando l’aumento drammatico di patologie respiratorie, cardiovascolari, nonché dei casi di tumore. Gli impianti vicini alle case di Piquià de Baixo, così come avviene per l’Ilva a Taranto, non adottano le migliori tecnologie possibili per evitare la dispersione del minerale di ferro, o il contenimento delle emissioni inquinanti dai camini durante la produzione. In Brasile così come a Taranto le fabbriche sono state costruite a ridosso dei centri abitati che, ne stanno pagando da sempre le conseguenze.

Ma in Brasile qualcosa è cambiato…

La lotta degli abitanti di Piquià de Baixo per una vita dignitosa ha avuto un esito positivo e la loro richiesta di essere trasferiti in una zona lontana dalle emissioni inquinanti delle siderurgiche ha avuto l’approvazione del Ministero. A breve inizieranno i lavori per la costruzione del nuovo quartiere in una zona circondata dal verde, senza lo spettro delle cinque fabbriche sopra le loro teste. A Taranto, invece, la lotta dei cittadini, delle associazioni e degli ambientalisti continua.

Fonte: Città Nuova