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Beatrice, i Tamburi e il grido di Piquià



terça-feira 3 de junho de 2014

Un filo ruggine lega il quartiere Tamburi di Taranto a Piquià de Baixo, quartiere di Açailandia, città del Brasile ai confini della foresta amazzonica.

Beatrice Ruscio, ambientalista, lo ha scoperto sollevando lo sguardo al cielo a metà maggio, dopo aver lasciato che 14 ciminiere di cinque industrie siderurgiche le imprimessero negli occhi l’immagine drammatica e incombente sulle povere case costruite a 50 metri dalle acciaierie.

Il filo ruggine era sospeso in aria e portava lontano: «Il mostro di ferro – racconta Beatrice – che passa sopra Piquià ininterrottamente: 24 ore su 24. È il treno più grande del mondo, trasporta il minerale di ferro dalle miniere del Carajàs, lungo quasi 900 chilometri fino al porto di São Luis. Da lì, il minerale viene scaricato su nave e parte anche per Taranto. Quel minerale – racconta Beatrice – rifornisce l’Ilva e al quartiere Tamburi si trova su ogni cosa, sui tetti delle case, sui parchi, sul bucato steso, sulle mani e sui piedi dei bambini: lo stesso che respirano gli abitanti di Piquià de Baixo».

Guardando «il mostro» Beatrice, abruzzese di Avezzano, sì è convinta ancor più a levare alta la voce dei Tamburi, la voce di Taranto, per amore della città, per quel senso innato, soprattutto nelle donne e negli uomini del Sud del mondo, che Salvatore Quasimodo ha racchiuso in uno dei versi più belli: «Ma l’uomo grida dovunque la sorte di una patria».

Beatrice ha condiviso per Peacelink – «ringrazio il presidente Alessandro Marescotti» – le esperienze di tanti Paesi inquinati, durante la tavola rotonda internazionale a São Luis in Brasile, con i missionari comboniani, con la rete Justiça nos Trilhos, con i rappresentanti di Perù, Colombia, Argentina, Mozambico. L’inquinamento non ha confini, Beatrice lo sa e questo frutto avvelenato della globalizzazione si batte unendo i popoli, la loro sofferenza e la voglia di riscatto. «Gli abitanti di Piquià lottano da tempo per veder rispettati i loro diritti». Ruscio ricorda che il quartiere, così lontano e così vicino ai Tamburi, sopporta il peso «delle siderurgiche, le aziende che sbuffano giorno e notte senza tregua: Fergumar, Gusa Nordeste, Pindaré, Simasa e Viena. Tutte partecipate dalla più grande multinazionale del ferro del mondo, la Vale». Piquià de Baixo si è ribellato al suo destino di veleni il 6 e il 7 marzo. «Più di 100 persone – racconta Beatrice – per 30 ore consecutive hanno sostato davanti ai cancelli di due fabbriche, bloccando o rallentando la produzione. Giovani, anziani, bambini. Hanno ottenuto una vittoria: il quartiere sarà spostato, nuove abitazioni a circa 10 chilometri dalle fabbriche. Mi auguro la distanza sia sufficiente».

«Ho raccontato le sofferenze di Taranto al mondo. Voglio unire – conclude Beatrice – i bambini dei Tamburi, ai quali è vietato giocare all’aperto, ai bambini brasiliani di Piquià. Alcuni abitano a pochi metri dagli impianti siderurgici, non corrono dietro una palla, ma riproducono nei giochi la fabbrica e sognano di diventare operai. Il loro futuro è già scritto, ma da Piquià è arrivato un grido e lo abbiamo raccolto. Qualcosa nel mondo sta cambiando. Ai tarantini dico: possiamo essere noi i protagonisti». Spezzando il filo ruggine di ogni ingiustizia.

Fulvio Colucci

(Gazzetta del Mezzogiorno del 2 giugno 2014)